La comunicazione non verbale

Andando indietro nel tempo, e non di molto, potremmo notare come l’atto del comunicare venisse inquadrato, fino alla prima metà del Novecento, alla maniera di un banale passaggio di contenuti, informazioni, da un emittente ad un ricevente. Illuminante, in quest’ottica, la Teoria Matematica della Comunicazione di Shannon e Weaver, che considerava questa un semplice passaggio di input da una parte ad un’altra. I due, impiegati presso il centro di ricerca e sviluppo Bell Telephone Laboratories, avevano ricevuto l’incarico di migliorare la rete di cavi, negli Stati Uniti, col fine di raggiungere una migliore qualità nell’invio e nella ricezione del messaggio: senza nessuna attenzione per il contenuto dello stesso. Oggigiorno, invece, la comunicazione è considerata, giustamente, un fenomeno più complesso: che implica e mobilita risorse di tipo cognitivo, emotivo, sociali. E’ costruzione attiva della conoscenza, e avviene per deduzione, negoziazione, feedback.

La scuola di Palo Alto, nell’ambito del celebre filone della Pragmatica della Comunicazione, ha proposto un modello circolare, detto “sistemico”: il soggetto è cioè immerso nella rete di relazioni che lo influenzano e, a sua volta, influenza. La “Pragmatica della Comunicazione Umana”, di Watzlavick, Beavin e Jackson, segna l’atto primo della disciplina che ha per oggetto di studio il rapporto tra il linguaggio e chi ne fa uso, procedendo per assiomi: 1) è impossibile non comunicare; 2) ogni comunicazione ha un aspetto di contenuto e uno di relazione; 3) la natura dello scambio dipende dalla punteggiatura delle sequenze di comunicazione tra i parlanti (come per il linguaggio, in assenza di interpunzione è impossibile strutturare e comprendere il messaggio); 4) l’essere umano comunica utilizzando due moduli, quello numerico e quello analogico (verbale e non verbale); 5) gli scambi comunicativi sono simmetrici o complementari (a seconda che abbiano luogo o meno tra pari grado).

Degno di nota il contributo dato dagli studiosi di Palo Alto all’analisi dei contesti comunicativi, patologici, all’interno dei quali erano presenti soggetti fortemente compromessi: Bateson, per primo, arrivò a sostenere in questo senso l’esistenza di una correlazione tra schizofrenia e comunicazione disfunzionale (paradossale). Antropologo, considerato il padre della terapia familiare, egli porta ad esempio il “doppio legame”: un pattern disfunzionale, che per via della propria natura ambigua contribuirebbe alla genesi della patologia. Nonostante l’assenza di evidenze scientifiche, è però opinione comune, al giorno d’oggi, che in famiglie con un soggetto schizofrenico una simile modalità comunicativa possa contribuire, questo sì, all’insorgenza della malattia.

La comunicazione non verbale avviene attraverso tre modalità: paralinguistica, cinesica e prossemica. La paralinguistica è l’insieme delle caratteristiche non-linguistiche del parlato, che variano da individuo a individuo: tono, velocità, potenza della voce, inflessione dialettale, intercalari, ritmo, pause e silenzi. La cinesica comprende invece i movimenti del corpo, i gesti, la mimica facciale: in particolare, lo sguardo è l’area portatrice di più significati, dal momento che l’atto stesso di guardare costituisce una forma di comunicazione in grado di recare ugualmente imbarazzo, piacere o fastidio. Lo sguardo coinvolge infatti meccanismi incontrollabili, come la dilatazione delle pupille in situazioni di benessere emotivo. Nel primo anno di vita, inoltre, il bambino ricorre alla gestualità per indicare un oggetto lontano (gesto dittico), un’azione (gesto referenziale) o per condividere l’attenzione. Crescendo, egli fa ricorso sempre più a gesti di tipo simbolico, riferibili alla sua cultura di appartenenza e associati alla postura: come inchinarsi in segno di deferenza, protendere il busto in avanti per mostrare interesse, o all’indietro per marcare e (se necessario) mantenere una distanza. Terza modalità di comunicazione non verbale è, come accennato, la prossemica: il comportamento spaziale, la distanza (più o meno ampia) dall’interlocutore. Coniato da Edward T. Hall, per analogia con il concetto di territorialità in natura, suggerisce che l’uomo regoli il proprio territorio marcandolo. Come gli animali. Hall ha individuato quattro gradi di distanza: 1) intima (0 – 45 cm); 2) personale (45 – 120 cm), 3) sociale (120 – 360 cm); 4) pubblica (oltre i 360 cm). I modelli prossemici sono diversi da cultura a cultura: i popoli sudamericani e mediterranei si trovano più a loro agio a distanze ravvicinate, a differenza di quelli nordici.

La comunicazione non verbale ha diverse possibilità di applicazione: nel campo della psicologia clinica, ad esempio, perché il colloquio (clinico) ne è intriso; nell’ambito della psicologia dell’età evolutiva, per l’uso che i bambini ne fanno non avendo ancora sviluppato un linguaggio definitivo; nel marketing, con i messaggi persuasivi veicolati dalle immagini, dai volti e dalle posture; nella psicologia sociale, guardando alle differenze esistenti in ciascun gruppo o cultura.

Pubblicato da Dott. Valerio Cesari

Psicologo Clinico.

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